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The Leftovers: recensione. Perché è il finale perfetto

Troviamo tutto in quei pochi minuti, nel lungo finale di The Leftovers, in cui spesso ci chiediamo cosa stiamo vedendo, nonostante le solite performance sublimi degli attori, che ci hanno deliziato anche in questa stagione, ma aleggia il dubbio, perché i finali di Lindelof portano con se quest’aura di rischio, questo voler esagerare almeno all’apparenza, ma è tutto lì, davanti a noi, in quei pochi minuti.

The Leftovers e il rovesciamento dei ruoli

Una volta eliminati i dubbi sul settimo anniversario, che come visto nel settimo episodio, non avrebbe portato a nulla, ora rimaneva solo un possibile finale anticlimatico, ma è lì che Lindelof ci sorprende, perché è nel momento in cui una intensissima Carrie Coon pronuncia le parole “I didn’t change my mind” che il mondo di The Leftovers inizia a destrutturarsi e le prospettive cambiano in qualcosa di impensato e al quale non eravamo abituati. the leftovers finale In un mondo di persone “rimaste” non solo fisicamente indietro, ma anche moralmente rimaste senza una spiegazione, una chiusura, un perché, un mondo gravido di dolore e di introspezione non avevamo mai provato a guardare le cose da una prospettiva diversa.

L’occhio del creatore era rimasto sempre fisso e immobile sull’animo di chi si sentiva abbandonato e infelice e, invece, nell’ascoltare quelle poche parole, che siano vere o inventate, che Nora sia realmente andata “di là” o che abbia effettivamente urlato “stop”, come lascia intravedere in uno spiraglio la scena muta della “macchina” (e come hanno rilanciato alcune teorie in rete), non ha importanza, è irrilevante, perché ci porta dove non eravamo mai stati, a vedere il mondo dalla parte degli altri, di quelli che se ne sono andati.

Perché ascoltando il racconto di Nora, ora vediamo che questi “altri” non se ne sono andati, hanno vissuto solamente una situazione speculare, nella quale però, a sparire, non era stato il 2% della popolazione mondiale, ma il restante 98%. Il mondo dei The Leftovers era sempre stato percepito come un mondo di persone distrutte e addolorate, ma quelle stesse persone, nel mondo “di là” sono considerate quelle fortunate, perché un conto è quando ti sparisce una persona su 10 tra i tuoi familiari, un conto è quando tu rimani solo e a sparire sono le altre nove.

La concezione del dolore e di sé

Ad ogni famiglia “sfortunata” a cui era scomparso un membro, equivale una persona che rimane sola e abbandonata con una sofferenza anche maggiore, ad un mondo che potrebbe andare avanti ma non riesce a schiodarsi dal ricordo di chi si è perso equivale un mondo che non riesce ad andare avanti perché, semplicemente, non ci sono abbastanza persone.

the leftovers finale Ad una Nora, schiacciata dal suo fardello (come il metaforico agnello, qui capra, che si addossa i peccati dell’umanità) e divenuta, in modo distorto, una celebrità per la sua enorme perdita, corrisponde una famiglia dall’altra parte che è almeno rimasta quasi tutta unita. Una celebrità del dolore in un mondo addolorato, diventa un fantasma in un mondo diverso.

Uno dei sensi di questo finale è proprio il riuscire a concepire un dolore diverso dal proprio, una troppo esagerata percezione di sé e della propria sventura che annebbia occhi e cuore finché quegli occhi e cuore in qualche modo non vengono aperti. Andarsene è un vedere se stessi da un’altra prospettiva, uscire dal proprio ingombrante io, reso magistralmente ingombrante da Lindelof in questa serie, e iniziare a concepire l’altro e capire.

Il finale pone un’unica risposta, un’unica soluzione: lasciarsi alle spalle il passato e ricominciare, non negandolo come cerca di fare goffamente un vecchio Kevin, ma abbracciandolo e lasciandolo andare, come Nora ha lasciato andare la sua famiglia perché ormai quello non era più il suo posto.

Le grandi interpretazioni di The Leftovers

The Leftovers ci lascia in una puntata finale che sintetizza molti motivi della sua grandezza, dalla resa del dolore e dell’essere umani, dalla costruzione di personaggi profondi e iconici, dalla realizzazione di scene con dialoghi intensi, aiutati dalla bellissima musica, interpretati da attori e attrici che stanno molte spanne sopra ad altri.

the leftovers finale In quest’ultimo episodio è soprattutto il breve e commovente dialogo tra due perfetti Carrie Coon e Christopher Eccleston, ancor più di quello con Justin Theroux ad ammaliare. Ma Theroux aveva avuto il suo nell’episodio precedente, con il meraviglioso “seguito” di International Assassin, The Most Powerful Man in the World, nel quale abbiamo potuto rivedere anche una grandiosa Ann Dowd, così come è toccato a tutti un momento di gloria in questa stagione, che ha avuto tendenze simil-monografiche nella costruzione dei singoli episodi, con l’aggiunta (stilisticamente ineccepibile) di sigle iniziali dedicate al tema (e infatti qualche mese fa ne avevamo parlato quando Lindelof parlava di sigle concepite come overture).

Saremo orfani di The Leftovers? Sicuramente, ma con altrettanta certezza, possiamo affermare che le grandi storie sanno quando mettere il punto finale e, soprattutto, sanno metterlo in modo perfetto.

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The Leftovers - il finale

Valutazione globale

Perfetto

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About Andrea Sartor

Cresciuto a pane (ok, anche qualche merendina tipo girella o tegolino... you know what I mean... ) e telefilm stupidi degli anni 80 e 90, il mondo gli cambia con Milch, Weiner, Gilligan, Moffat, Sorkin, Simon e Winter. Ha pianto davanti agli uffici dell'HBO. Sogno nel cassetto: pilotare un Viper biposto con Kara Starbuck Thrace e uscire con Number Six (una a caso, naturalmente). Nutre un profondo rispetto per i ragazzi e le ragazze che lavorano duramente per preparare gli impagabili sottotitoli. Grazie ragazzi, siete splendidi

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