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Godless: la recensione dell’ottimo western Netflix con Jeff Daniels

Con Godless, Scott Frank riporta in televisione un western classico di ottima fattura, nei cui sette episodi siamo in grado di apprezzare scenari e personaggi iconici. Apertura e chiusura rappresentano i picchi a livello di ritmo, ma l’importante costruzione della narrazione degli episodi centrali, pur rallentando la storia, non lascia lo spettatore indifferente.

Godless: sinossi

godless Il un paesino minerairio del wild west una tragedia uccide quasi tutti gli uomini del paese e solo le donne restano a portare avanti tutto. In questo frangente arriva un misterioso uomo (Jack O’Connell), in fuga da una banda di fuorilegge, che trova ospitalità nel ranch di Alice Fletcher (Michelle Dockery), una vedova dal passato turbolento. Ma la banda guidata Frank Griffin (Jeff Daniels) non molla la sua preda e intanto semina morte e disperazione.

Godless: le nostre impressioni

Godless è il western che serviva, da parecchi anni a questa parte non si vedeva un western, di stampo classico, fatto così bene, con qualità, senza esagerare in eccessi inutili che rischiano solo di farti finire nel ridicolo (come ad esempio nel vergognoso I magnifici 7). godless Godless è uno show, pulito, concreto e compatto, elegante e realistico, con una venatura classica, ma con una sensibilità moderna, non tanto nell’inserire cose improbabili nel contesto, quanto nel non idealizzare un epoca ma nel ritornarcela con un approccio realista, senza lo sbilanciamento di cowboy buoni e indiani cattivi degli anni 50 e il contrapposto sbilanciamento moderno di indiani buoni e cowboy cattivi.

La ricostruzione che viene fatta del wild west tiene conto di diversi fattori, tra cui quello molto importante di un Ovest non visto solamente come corsa alle ricchezze, ma anche come primaria ricerca della libertà. Il west ha rappresentato per molti anche un modo per fuggire da un mondo nel quale si sentivano estranei e costruirne uno nuovo, fatto a loro misura, in mezzo ad una natura vasta e quasi completamente disabitata. Lo show riesce a cogliere questo senso di libertà che hanno le persone nel cercare di essere maggiormente se stesse, libere da vincoli e lacciuoli, sia che questo le trasformi in buone, sia che le renda cattive o socialmente inaccettabili e inaccettate, proprio perché è l’assenza di “leggi” a rendere possibile questo in una società lontana dalla società normalizzata e, in questo specifico caso, lontana anche dal concetto di uomo e di bianco come unico referente sociale.

godlessDa un punto di vista narrativo lo show rallenta molto il ritmo dopo l’esordio, negli episodi centrali, abbandonando la narrazione fatta di momenti forti, per concentrarsi molto di più su una ottima caratterizzazione dei personaggi e sulla costruzione dei differenti filoni narrativi che poi vengono magistralmente rimessi insieme in un episodio finale che non abbiamo timore a descrivere come epico. L’eventuale lentezza è compensata, spesso, da un villain perfetto, interpretato magistralmente da Jeff Daniels, che lo rende un personaggio quasi iconico, prorompente e che rimane nell’immaginario dello spettatore coi suoi modi e con le sue frasi.

Ritornando all’ultimo episodio, nel quale funziona tutto alla perfezione, è da sottolineare sicuramente la lunga scena della battaglia finale a La Belle, mirabile sia dal punto di vista tecnico che a livello emozionale, ipnotica per tutta la sua lunga durata.

Godless

Valutazione globale - 8.5

8.5

Avvolgente

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Godless: un giudizio in sintesi

Un western classico, elegante, tecnicamente di qualità sopraffina, con una storia che introduce elementi narrativi interessanti senza stravolgere lo scenario, che ha la sua forza nei personaggi tutti assolutamente ben caratterizzati con l’eccezionalità del villain veramente perfetto.

Uno show in cui anche il ritmo più blando degli episodi centrali non pesa per l’importanza data alla costruzione del racconto e dei suoi interpreti, con soluzioni nell’uso dei flashback mai banali e che apportano carico emotivo importante. Un finale e epico, stilisticamente e emozionalmente.

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About Andrea Sartor

Cresciuto a pane (ok, anche qualche merendina tipo girella o tegolino… you know what I mean… ) e telefilm stupidi degli anni 80 e 90, il mondo gli cambia con Milch, Weiner, Gilligan, Moffat, Sorkin, Simon e Winter. Ha pianto davanti agli uffici dell’HBO. Sogno nel cassetto: pilotare un Viper biposto con Kara Starbuck Thrace e uscire con Number Six (una a caso, naturalmente). Nutre un profondo rispetto per i ragazzi e le ragazze che lavorano duramente per preparare gli impagabili sottotitoli. Grazie ragazzi, siete splendidi

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