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The Defenders: il punto più basso di Netflix/Marvel. Recensione della serie

Il matrimonio tra Marvel e Netflix era partito benissimo, come molti matrimoni, con una luna di miele che aveva convinto molti spettatori, per poi piano piano iniziare a far vedere alcune smagliature. Con questo The Defenders però arriviamo a toccare forse il punto più basso (finora) di questo connubio artistico, che speravamo già di aver raggiunto con Iron Fist, ma qui ci superiamo abbondantemente.

The Defenders, un naufragio non annunciato

E dire che le premesse per fare meglio c’erano tutte, si recuperavano personaggi come Daredevil e Jessica Jones che fino ad ora erano stati i migliori, il numero ridotto di episodi poteva far presagire una narrazione più compatta, senza tutte quelle puntate vuote che avevano caratterizzato, soprattutto, le ultime due serie del quartetto, la presenza di Sigourney Weaver aggiungeva talento al cast, e invece tutto questo è andato perduto, come direbbe qualcuno di noto, come lacrime nella pioggia.

the defendersIl primo errore dello show è stato quello di non saper gestire bene i tempi, che se è scusabile (parzialmente) su una serie da 13 episodi, su una da 8, decisamente, no. Il primo vero team-up arriva al quarto episodio, ossia a metà narrazione, e se consideriamo che l’ensamble era la ragione principale della nascita di The Defenders, non possiamo che valutare la prima metà dello show come tempo buttato via. Certo, non potevamo aspettarci che si riunissero senza motivo dall’inizio, non sarebbe stato credibile, era necessaria una backstory, ma visti tutti gli agganci e personaggi-ponte (Claire soprattutto) dei singoli show, un’ora di episodio introduttivo sarebbe stata più che sufficiente.

Questo svolgimento della trama ha portato alla chiara e inevitabile conseguenza di una prima parte di stagione più immobilizzata su se stessa, seguita da una seconda parte con un ritmo notevolmente e artificiosamente forzato, nella quale doveva succedere di tutto e in fretta, condito da combattimenti che sembravano più Royal Rumble del wrestling.

Personaggi e sceneggiatura le pecche maggiori

Se la gestione dei tempi è stato il primo errore, quelli più gravi sono tutti nella scrittura di questa serie, che sembra veramente realizzata da principianti senza grande caratura.

the defendersPer effetto della sovrapposizione e dell’assommarsi di molti protagonisti, tutti bisognosi di un certo screentime, i singoli caratteri sono stati resi bidimensionali e spesso caricaturali. I personaggi hanno perso spessore e complessità, diventanto Daredevil l’eroe triste e basta, Jessica Jones la misantropa che beve, Luke Cage l’omone buono e Danny Rand il bimbominkia idiota (ok, qui hanno confermato in pieno la stagione a lui dedicata). Lavoro ancora peggiore è stato fatto coi comprimari, messi dentro per ragioni di contratto con un tempo sullo schermo minimo dedicato a ciascuno, sono diventati irrilevanti quando non totalmente fastidiosi. Per una Misty che continua a ripetere le stesse cose in ogni singola scena in cui appare, abbiamo la povera Deborah Ann Woll costretta ad interpretare una Karen Page che non fa che lamentarsi e frignare in modo infantile ogni volta che la riprendono. Troppo per un personaggio che, come molti degli altri, era tutt’altra cosa nelle stagioni dedicate ai singoli supereroi.

Ma la pochezza di scrittura non si ferma certo qui: la trama e i dialoghi di The Defenders, spesso, rasentano il ridicolo. Una serie di contorsioni della linearità dello scritto, infilate a forza dentro solo per poter dire di aver messo il “colpo di scena” o più propriamente un turn narrativo, personaggi che fanno scelte completamente assurde, dettate solamente dalle necessità di sviluppo della storia (e come ho scritto altre volte, quando le scelte dei personaggi si piegano alle necessità della trama, e non viceversa, significa che lo script è, nei casi migliori, sbrigativo, nei peggiori, dilettantesco), discussioni messe in bocca ai protagonisti che vorrebbero portare lo show ad un livello più profondo, ma sembrano tratte dal dizionario delle banalità.

the defendersTutto questo mentre continuiamo ad osservare scelte ovvie che invece causano enormi dilemmi morali (cosa volevano fare con i capi di The Hand? parlarci, farli arrestare? seriamente?), personaggi muoversi ondivaghi tra convinzioni assolute di senso opposto, personaggi incoerenti con se stessi (ma il se stesso di 2 episodi prima), scene infilate a forza solo per screentime contrattuale (quando Karen ha interrotto la discussione tra Defenders dicenso “vi rubo Matt un attimo” ho urlato alla tv “ma chi se ne frega, basta”). La Weaver e Krysten Ritter ci provano a salvare lo show, qualche scelta registica nella parte dei combattimenti (ma nemmeno tanto) ci prova a tenere vigile lo spettatore, ma è troppo poco, è insufficiente a risollevare un franchise che si sta, a poco a poco, esaurendo.

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About Andrea Sartor

Cresciuto a pane (ok, anche qualche merendina tipo girella o tegolino... you know what I mean... ) e telefilm stupidi degli anni 80 e 90, il mondo gli cambia con Milch, Weiner, Gilligan, Moffat, Sorkin, Simon e Winter. Ha pianto davanti agli uffici dell'HBO. Sogno nel cassetto: pilotare un Viper biposto con Kara Starbuck Thrace e uscire con Number Six (una a caso, naturalmente). Nutre un profondo rispetto per i ragazzi e le ragazze che lavorano duramente per preparare gli impagabili sottotitoli. Grazie ragazzi, siete splendidi

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